
RECENSIONE - FRANKENSTEIN di Mary Shelley
- Alessandra Spanò
- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Proporre un invito alla lettura di Frankenstein di Mary Shelley significa attraversare un territorio critico complesso, in cui la stratificazione dei temi, la struttura narrativa insolita e la natura ibrida del romanzo convergono nel definire un’opera che continua, a due secoli di distanza, a esercitare una forza intellettuale ed emotiva straordinaria. Non è un caso che Frankenstein anticipa ciò che in epoche successive sarebbe stato definito letteratura scientifica. Tuttavia, Shelley inscrive questi elementi all’interno di una cornice estetica profondamente segnata dal clima romantico: la tensione verso l’assoluto, il conflitto interiore dell’individuo, la centralità del sentimento e la fascinazione per l’ignoto permeano ogni pagina.
Shelley non indulge a descrizioni tecniche o scientifiche, preferendo offrire un contesto solo accennato, ma sufficiente a rendere credibile l’audacia dell’esperimento di Victor. Questo mondo si espande soprattutto attraverso l’immaginazione morale dei personaggi, più che tramite dettagli materiali. La geografia, dall’Artico alle Alpi, diventa una sorta di specchio emotivo: luoghi che riflettono la vertigine dell’impresa di Victor, il suo isolamento mentale, la sua incapacità di abitare realmente la comunità umana.
Il romanzo si basa su un sistema di narrazioni incastonate in cui la voce del capitano Walton apre e chiude il cerchio, ospitando al proprio interno il racconto di Victor, che a sua volta contiene la versione della Creatura. Non si tratta di un semplice artificio formale, bensì di un dispositivo che induce il lettore a confrontarsi con il tema della responsabilità del narratore, dell’inaffidabilità dell’io e della difficoltà di stabilire un’unica verità. Questa trama multipla, intrecciata con densità quasi drammatica, permette di percepire ogni evento come l’esito di una catena di decisioni e omissioni, restituendo un romanzo in cui il caso non esiste e in cui ogni gesto ritorna, amplificato, sul suo autore.
La dialettica tra Victor e la Creatura è il cuore pulsante dell’opera. Entrambi sono costruiti come figure speculari, e proprio nel loro confronto psicologico Shelley tocca alcune delle domande più radicali della modernità, cioè che cosa rende umano un individuo e quale peso hanno l’educazione, l’affetto, l’ambiente, nella formazione della personalità. Victor appare spesso dominato da un impulso prometeico, da un desiderio di conoscenza che trascende il limite etico e che lo conduce progressivamente al disfacimento emotivo. La Creatura, invece, emerge come una coscienza sensibile, capace di apprendere e desiderare con profondità, ma continuamente rifiutata. La sua violenza nasce dalla privazione, non dalla natura: Shelley costruisce così un personaggio la cui tragedia deriva dall’assenza di riconoscimento, dall’impossibilità di trovare uno sguardo che lo accolga. Questo parallelismo rovesciato dove l’intellettuale perde progressivamente ogni capacità di empatia e l’essere “innaturale” invece ricerca disperatamente l’inclusione, produce un effetto di riflessione etica sorprendentemente attuale.
Lo stile narrativo di Shelley si distingue per una capacità di coniugare introspezione e tensione drammatica. Le sue tecniche includono l’uso della lettera come forma di confessione, la descrizione paesaggistica come proiezione delle tensioni interiori e un linguaggio insieme elegante e incisivo, capace di rendere credibili gli slanci emotivi più estremi senza mai scivolare nell’eccesso. Tra i punti di forza del romanzo spicca proprio questa armonia tra forma e contenuto, insieme alla profondità psicologica dei personaggi e alla forza dei temi trattati: il desiderio di superare i limiti della natura, la necessità dell’amore come fondamento della socialità, l’angoscia dell’identità, la responsabilità del creatore verso la sua creazione.
L’impatto emotivo sul lettore nasce soprattutto dalla capacità di Shelley di far convivere repulsione e compassione, terrore e pietà. La Creatura è uno dei pochi personaggi della letteratura che costringe il lettore a spostare continuamente il proprio giudizio, fino a rendere impossibile un posizionamento morale stabile. Victor, dal canto suo, incarna il dilemma del ricercatore moderno, sempre sospeso tra scoperta e distruzione, tra genialità e irresponsabilità.
Giungere alle conclusioni significa riconoscere che Frankenstein è un romanzo che eccede il proprio tempo e il proprio genere, diventando una meditazione sulle possibilità e sulle catastrofi dell’iniziativa umana in preda alla hýbris. A completamento della riflessione, infatti, è utile soffermarsi sui rischi del prometeismo che il romanzo espone con acume anticipatore. In Frankenstein, il gesto di Victor non rappresenta soltanto un superamento simbolico dei limiti umani, ma costituisce l’emblema di un’ambizione che si autodistrugge nel momento stesso in cui si emancipa da ogni freno etico. Il prometeismo, nella sua accezione moderna, non è più soltanto l’antico furto del fuoco, bensì l’atto di scindere il sapere dal senso di responsabilità, trasformando la conoscenza in procedura e l’invenzione in dominio. Shelley mostra come il desiderio di creare vita, quando non è accompagnato da una riflessione profonda sulla cura e sulla relazione, sfoci inevitabilmente in un fallimento che coinvolge non solo il creatore, ma ogni essere che entra nel raggio d’azione della sua hybris. La Creatura abbandonata, la famiglia devastata, la comunità sconvolta sono tutte declinazioni di un unico monito: la scienza priva di coscienza genera non solo mostri simbolici, ma un vuoto di senso che finisce per inghiottire il suo stesso artefice. È proprio questa complessità a rendere Frankenstein un testo inesauribile e un’esperienza estetica capace di rinnovarsi a ogni lettura.



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