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PLATONE NON MERITA QUESTO ROMANZO - Questioni di metodologia nel romanzo di Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

  • Immagine del redattore: Alessandra Spanò
    Alessandra Spanò
  • 6 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Ci sono libri che nascono da una domanda e libri che nascono da una risposta già scritta. Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci appartiene alla seconda categoria e questa è forse la critica più grave che si possa muovere a un’opera che ambisce al titolo di romanzo storico-filosofico. Nucci è scrittore di indubbio talento e studioso del mondo antico; proprio per questo, il lettore avvertito non può fare a meno di chiedersi come mai un uomo così esperto abbia scelto di costruire la propria narrazione su fondamenta tanto fragili, piegando le fonti al servizio di una tesi precostituita anziché lasciarle parlare con la loro complessità.


Il romanzo ruota attorno a un presunto viaggio di Platone in Egitto, durante il quale il filosofo avrebbe vissuto esperienze di natura erotica con uomini. Il problema non è che si tratti di un tema scomodo o provocatorio perché la letteratura ha tutto il diritto di esplorare territori difficili, ma che tale viaggio sia storicamente indimostrabile. Le fonti antiche che accennano a possibili spostamenti di Platone fuori dalla Grecia sono tarde, contraddittorie e in nessun caso sufficienti a stabilire con certezza né l’itinerario né i contenuti di quelle esperienze. Nucci lo sa o dovrebbe saperlo. Eppure costruisce su quel vuoto documentario non una possibilità narrativa dichiarata come tale, ma una ricostruzione che tende a presentarsi come plausibile, quasi necessaria. È questa ambiguità tra il registro della finzione e quello della storia a rendere il libro metodologicamente inaffidabile e scorretto, al di là delle intenzioni dell’autore.


Un romanzo storico ha naturalmente il diritto di inventare, ma ha anche il dovere di non spacciare l’invenzione per ricostruzione. Quando la cornice biografica è costruita su materiali non accertati e il nucleo narrativo coincide esattamente con la tesi che si vuole dimostrare, non siamo più di fronte a letteratura storica ma a un testo a tesi, vale a dire a un’opera in cui la conclusione precede l’indagine e le fonti vengono selezionate o piegate di conseguenza. Nucci sceglie ciò che serve e omette ciò che disturba; e ciò che disturba, nel caso di Platone, è notevole.


Basti pensare al Simposio, il dialogo platonico che più di ogni altro affronta il tema dell’eros e che avrebbe dovuto essere la stella polare di chiunque voglia scrivere di Platone e dell’amore. In quel testo, il giovane e splendido Alcibiade, ubriaco, sfrontato, irresistibile, racconta pubblicamente di aver cercato in ogni modo di sedurre Socrate, di essersi offerto a lui con tutta la potenza della propria bellezza fisica, ma di essere stato respinto. Socrate non cede e il motivo del suo rifiuto non è né frigidità, né pudore, né ipocrisia: è la gerarchia platonica del desiderio, quella scala ascendente che muove dal corpo verso la bellezza intelligibile, verso la vera Sapienza. Il gesto di Socrate nel Simposio è il cuore pulsante della filosofia platonica dell’eros: l’amore fisico non è condannato, ma superato, trasceso verso qualcosa di più alto. Ignorare questo o ridurlo a sfondo decorativo significa non aver capito o non voler capire di cosa parla Platone quando parla d’amore.


E qui emerge il problema più profondo del libro di Nucci, che travalica la questione filologica e investe quella culturale e, sì, politica. Ricostruire Platone come un uomo la cui identità è essenzialmente definita dalla sua sessualità e farlo attraverso fonti non accertate, significa compiere un’operazione ideologica mascherata da romanzo. Non si tratta di essere scandalizzati dall’omoerotismo come tema, dato che il mondo antico era ben più fluido e articolato del nostro su questo piano, ma di chiedersi perché Platone, pensatore che ha fatto dell’ascesi intellettuale e del controllo delle passioni il fulcro della propria filosofia, debba essere reinterpretato attraverso una chiave che la sua stessa opera mette in discussione ad ogni pagina.


L’impressione è che Nucci non stia raccontando Platone, ma stia usando Platone per dire qualcos’altro, per sostenere una visione del mondo contemporanea che proietta sé stessa nel passato.


Questo non è un difetto secondario: è la ragione per cui un libro di tal fatta, anche se fosse scritto con eleganza dell’autore, non riesce a essere ciò che vorrebbe essere. Non è un omaggio a Platone, né una riflessione autentica sul suo pensiero, né tantomeno una ricostruzione storicamente onesta. È un romanzo a tesi che ha scelto come protagonista uno dei filosofi più grandi della storia dell’umanità senza avere il coraggio o la pazienza di misurarsi davvero con lui. E Platone, che nell’Apologia fece dire a Socrate che una vita senza ricerca non merita di essere vissuta, avrebbe probabilmente trovato tutto ciò piuttosto poco filosofico.​​​​​​​​​​​​​​​​


 
 
 

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