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RECENSIONE - Piccoli fantasmi di Gregg Dunnett

  • Immagine del redattore: Alessandra Spanò
    Alessandra Spanò
  • 2 apr
  • Tempo di lettura: 5 min

Esistono romanzi che si presentano con un abito elegante e lasciano intravedere, sotto le prime pagine, qualcosa che potrebbe rivelarsi davvero interessante. Piccoli fantasmi (ma perché il plurale?) di Gregg Dunnett è uno di questi. Peccato che l’abito, a un’analisi più attenta, si riveli cucito con filo troppo sottile.


Il libro si colloca in un territorio narrativo ibrido, a metà strada tra il thriller psicologico e il romanzo del soprannaturale, con qualche incursione nel genere del mistero familiare. La copertina, il tono della quarta e le prime sequenze fanno pensare a qualcosa di simile a certi thriller atmosferici anglosassoni, quelli in cui il peso della mente umana, dei suoi segreti e delle sue ossessioni è il vero motore della storia. Ma è proprio qui che il romanzo tradisce le aspettative: l’elemento paranormale, lungi dall’essere una presenza discreta e inquietante al servizio della tensione psicologica, finisce per occupare il centro della scena, soppiantando quella complessità interiore che il genere richiederebbe. Non si tratta, in sostanza, di un vero thriller psicologico: la risoluzione del mistero non avviene attraverso la mente, i sensi o la volontà dei personaggi in carne e ossa, ma tramite l’intervento diretto di un fantasma. E questo cambia tutto, perché scarica sul soprannaturale una responsabilità narrativa che avrebbe dovuto restare ben piantata nel terreno dell’umano.


Ci troviamo davanti ad una famiglia segnata dal lutto e dalla colpa, ad un’atmosfera che promette inquietudine. L’autore sa evocare il senso di claustrofobia emotiva tipico di certi romanzi britannici di provincia e in questo mostra una discreta padronanza degli strumenti della narrativa di genere. La costruzione dello spazio fisico funziona, e vi è una certa cura nel restituire l’atmosfera grigia e sospesa in cui si muovono i personaggi. Il problema è che questo mondo non regge all’esame delle sue fondamenta: la logica interna vacilla non appena si prova a spingerla oltre la superficie.


Fondamentalmente Piccoli fantasmi procede in modo abbastanza lineare, con una narrazione che alterna il presente dell’indagine( se così si può chiamare) a lampi del passato destinati a spiegare il trauma originario. Questa struttura è collaudata e, nelle mani giuste, può risultare molto efficace. Qui, però, il meccanismo mostra i suoi limiti: i flashback arrivano quasi sempre come spiegazioni didascaliche piuttosto che come rivelazioni narrative. Il lettore non scopre, gli viene detto. E c’è una differenza enorme tra le due cose.


La trama ruota attorno alla morte di una bambina, al dolore di chi rimane e al tentativo, mediato da presenze ultraterrene, di fare luce su ciò che è accaduto davvero. L’intreccio ha il merito di mantenere un certo ritmo nella prima parte e di dosare le informazioni con una certa cura; ma quando il meccanismo si svela e si comprende che le indagini sono condotte in larga misura da un fantasma, il castello narrativo perde solidità. Non tanto perché il soprannaturale sia inaccettabile in narrativa, tutt’altro, ma perché il suo utilizzo in questo contesto depotenzia ogni tensione investigativa e rende i personaggi in vita sostanzialmente passivi rispetto alla risoluzione del mistero. La suspense che si era costruita si sgonfia, e il finale, pur volendo essere emotivamente significativo, arriva carico di un peso simbolico che la storia non ha sufficientemente guadagnato.


I personaggi di Piccoli fantasmi sono forse il punto più dolente dell’intera operazione. Il protagonista maschile adulto è abbozzato con una certa intenzione psicologica, ma rimane a metà del guado: né abbastanza tridimensionale da risultare memorabile, né abbastanza funzionale da reggere da solo l’architettura narrativa. Ancora più problematico è il fratellino di dieci anni della piccola vittima, che parla e pensa con una maturità e una consapevolezza del tutto estranee alla sua età anagrafica. In un romanzo di genere fantastico dichiarato, questo potrebbe anche essere accettabile come scelta stilistica; in un contesto che ambisce al realismo psicologico, risulta stonato e, col tempo, fastidioso. Un bambino di dieci anni non ragiona come un adulto provato dalla vita e quando lo fa, senza che ve ne sia una spiegazione narrativa credibile, il patto narrativo con il lettore si incrina. Ma la figura più inconsistente è quella del padre: un personaggio piatto, privo di reale spessore psicologico, che attraversa le pagine senza lasciare traccia, sostanzialmente inutile all’economia della storia. In un romanzo che fa del dolore familiare il proprio nucleo tematico, la figura paterna avrebbe potuto essere un elemento di straordinaria forza drammatica. Invece è uno sfondo mal dipinto.


I temi fondamentali del romanzo (il lutto, la colpa, la memoria, l’incapacità di lasciar andare) sono potenti e universali e Dunnett dimostra di averne piena consapevolezza. Il problema è che li sfiora più che esplorarli davvero. La riflessione sul dolore rimane in superficie, non graffia, non scava. Si ha la sensazione che l’autore abbia avuto paura di spingersi fino in fondo, preferendo rifugiarsi nell’elemento soprannaturale ogni volta che la narrazione avrebbe richiesto un coraggio maggiore. Il risultato è che i temi restano dichiarazioni d’intenti piuttosto che esperienze vissute dal lettore attraverso la pagina.


Lo stile è scorrevole, accessibile, e questo è certamente un pregio: Dunnett sa scrivere in modo che non affatichi e alcune pagine hanno una loro grazia narrativa, soprattutto quando si tratta di descrivere paesaggi o stati d’animo diffusi. Tuttavia, la prosa raramente sorprende, raramente osa. È assente una particolare originalità e non vi è quella cura per la lingua che distingue un buon romanzo da un romanzo semplicemente leggibile.


Dal punto di vista emotivo, ci sono momenti in cui la storia tocca corde genuine, soprattutto nelle prime fasi, quando il mistero è ancora aperto e il dolore dei personaggi ha una sua autenticità. Man mano però che il soprannaturale prende il sopravvento e le debolezze strutturali si accumulano, quell’emozione iniziale tende a raffreddarsi. Il finale, che vuole essere una sorta di catarsi, riesce a essere commovente solo in parte: troppo dipendente da una meccanica narrativa che non ha convinto pienamente per poter liberare tutta la sua carica emotiva.


Questo romanzo si può consigliare soprattutto a chi cerca una lettura gradevole e rapida, magari durante un viaggio o qualche sera di relax e non ha particolari aspettative in termini di profondità psicologica o di rigorosa costruzione del mistero. Chi invece si avvicina al libro sperando in un thriller psicologico di spessore, in personaggi indimenticabili o in un uso sofisticato del soprannaturale troverà probabilmente qualcosa di meno di quanto cercava.


Piccoli fantasmi è, in definitiva, un’occasione in parte sprecata. C’era la materia prima per qualcosa di più ambizioso e riuscito: un’ambientazione suggestiva, temi di grande peso, una premessa narrativa con potenziale, ma l’esecuzione non è all’altezza della promessa. Gregg Dunnett rimane un autore di intrattenimento onesto, capace di tenere il lettore incollato alle pagine senza troppa fatica, ma ancora lontano da quella letteratura di genere che sa elevarsi al di sopra della propria formula.​​​​​​​​​​​​​​​​


 
 
 

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