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RECENSIONE - Il giardino dimenticato di Kate Morton

  • Immagine del redattore: Alessandra Spanò
    Alessandra Spanò
  • 11 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Ci sono romanzi che si leggono e romanzi che si abitano. Il giardino dimenticato di Kate Morton appartiene alla seconda categoria: una di quelle opere in cui ci si perde volentieri, come in un bosco fitto e incantato, sapendo che l’uscita esiste ma non si ha fretta di trovarla. Si tratta di un romanzo storico sentimentale con forte componente misteriosa, un filone che potremmo definire narrativa del segreto familiare, in cui la ricerca delle origini si trasforma in discesa agli inferi della memoria collettiva e privata.


Kate Morton è bravissima nel ricreare ambienti che diventano quasi personaggi autonomi: la villa di Blackhurst Manor in Cornovaglia, con il suo giardino segreto murato il cui accesso è custodito come una reliquia è uno spazio carico di simbolismo e di atmosfera gotica temperata. Non si tratta di un gotico cupo e opprimente, ma di una malinconia luminosa, fatta di rose selvatiche, sentieri nascosti e cottage immersi nella nebbia marina. L’autrice ha un talento non comune per il dettaglio evocativo, quello che non descrive ma fa sentire, che non racconta il luogo ma lo abita insieme al lettore.


Il romanzo si svolge su tre piani temporali principali: il 1900, il 1913 e il 2005, con incursioni in altri momenti cruciali: tre donne, tre voci, tre linee narrative che si intrecciano come fili di un arazzo ancora incompleto. Kate Morton alterna le prospettive con grande controllo, dosando le rivelazioni come braci sotto la cenere: quando si pensa di aver capito, un nuovo strato si apre e l’interpretazione precedente vacilla. Questo meccanismo può risultare, in alcuni passaggi centrali, leggermente meccanico, ma la sua efficacia sul piano della tensione narrativa è innegabile.


L’identità e la ricerca delle origini costituiscono il motore profondo Il giardino dimenticato: chi siamo quando non sappiamo da dove veniamo? Cosa rimane di noi quando la memoria viene cancellata o manipolata? Attorno a questo nucleo gravitano riflessioni potenti sulla maternità e le sue ombre, sui legami di sangue come prigione o salvezza, sulla trasmissione generazionale del dolore e del segreto. Il romanzo esplora con sensibilità il tema del potere esercitato sulle donne, soprattutto nel contesto edoardiano, in cui le convenzioni sociali potevano spezzare esistenze intere senza che nessuno ne tenesse conto. Le fiabe scritte da una delle protagoniste, disseminate nel testo come perle in un filo, non sono mere decorazioni stilistiche ma specchi deformanti della realtà narrata: ogni storia contiene una verità che la storia principale non osa ancora pronunciare. C’è in questo romanzo una meditazione implicita sul fatto che la verità quando arriva in ritardo non restituisce nulla, ma trasforma tutto e che il perdono non è un atto, ma un processo lento come l’erosione della pietra


Morton scrive, come sempre, in una prosa chiara e plastica, capace di passare con naturalezza dal tono lirico alla secchezza del thriller psicologico. Sa usare il ritmo usando periodi brevi e incalzanti nelle scene di tensione e periodi più distesi e contemplativi nelle sequenze di atmosfera. Veramente impressionante è la capacità dell’autrice di costruire atmosfera, di grstire la suspence sul lungo periodo e la creazione di personaggi femminili complessi e memorabili. Tuttavia, va rilevato che Il giardino dimenticato è romanzo è lungo, forse più del necessario e che alcune sezioni centrali scontano un ritmo rallentato che può mettere alla prova la pazienza anche del lettore più devoto. Inoltre, certi personaggi secondari rimangono abbozzati quando meriterebbero maggior spessore.


Il giardino dimenticato gioca con maestria su un registro che mescola nostalgia e angoscia, curiosità intellettuale e partecipazione viscerale. Si prova la malinconia diffusa di chi guarda vecchie fotografie di sconosciuti e si chiede che vita abbiano vissuto; si prova la frustrazione di chi sente che la verità è vicina, ma continua a sfuggire; e alla fine si prova qualcosa di difficile da nominare con precisione, una commozione che non è esattamente tristezza, né esattamente sollievo, ma una forma di riconoscimento. La storia di queste donne diventa, nel corso della lettura, qualcosa di personale: ci si riconosce nel desiderio di sapere chi si è, nel timore di scoprirlo, nell’amore ambivalente verso le proprie radici.


Il giardino dimenticato è un romanzo da consigliare con convinzione a chi ama le storie che si sviluppano su più epoche e intrecci, a chi apprezza la narrativa al femminile senza che questo significhi esclusività di genere, a chi cerca nel romanzo non solo intrattenimento, ma anche una riflessione sul tempo, sulla memoria e sull’identità. Non è lettura per chi cerca linearità o asciuttezza; è invece perfetta per chi vuole perdersi in un mondo ben costruito e non ha fretta di uscirne.

Kate Morton costruisce un mondo in cui vale la pena restare, popola quel mondo di persone che sembrano reali e le fa muovere attraverso il tempo con una grazia che rende la lettura, anche nei suoi momenti più lenti, un’esperienza genuinamente piacevole. È il tipo di libro che si finisce con una sensazione mista di soddisfazione e di vuoto, come si lascia una casa in cui si è stati ospiti felici: consapevoli che era solo una visita, ma grati di averla fatta.​​​​​​​​​​​​​​​​


 
 
 

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